Ribadiamo ora una importante premessa, già intravista più volte, con modalità diverse, nel nostro testo, al riguardo della percezione di qualsiasi dato sensoriale (uditivo, visivo, cenestesico, ecc.). Il nostro sistema nervoso, sede dei processi della percezione, e in particolare il nostro cervello sono isolati dal mondo esterno. <<[...] l’organismo non ha alcuna possibilità di “uscire da se stesso”: tutto ciò che può “conoscere” sono i cambiamenti delle sue sensazioni che esso in parte può controllare attraverso la propria attività motoria>> 1.
Un principio ben noto in neurologia è che, a seguito di una stimolazione sensoriale, l’unica cosa che il nervo chiamato in causa <<trasmette al cervello è l’intensità dello stimolo, mentre non dice nulla riguardo a ciò che è effettivamente avvenuto. Abbiamo gli stessi risultati sia che si tratti di un ricettore di calore, sia che si tratti di un ricettore di luce, sia che si tratti di un qualunque altro ricettore. [...] Ciò che viene codificato è soltanto: “in questa quantità in questo punto del mio corpo”, e non: “che cosa”>> 1.
Ma, allora, come è possibile che noi vediamo i colori, riconosciamo i rumori, distinguiamo il caldo dal freddo, ecc., dato che nulla circa la natura dell’oggetto avente tali qualità viene trasmesso al cervello? Già il matematico Henri Poincaré ebbe a chiedersi un giorno <<Com’è possibile che percepiamo uno spazio tridimensionale se tutte le immagini sulla nostra retina sono soltanto bidimensionali?>> 1. Egli ebbe l’intuizione di introdurre nell’esame del processo percettivo l’influenza del movimento e, in particolare il movimento volontario di parti dell’organismo, compresa la deambulazione.
Da quanto appena premesso deriva la conferma della convinzione che probabilmente abbiamo maturato lungo il percorso fino a qui compiuto nella nostra trattazione: la percezione è un processo affatto complesso, entro cui si combinano fattori di varia natura, a partire da elementi alquanto rudimentali (rispetto a quella complessità) quali, appunto, le configurazioni di stimoli sensoriali. In aggiunta, vediamo ormai chiaramente come il processo percettivo possa essere davvero “ingannato” e riattivato (in modo analogo) sostituendo le stimolazioni sensoriali originarie con stimolazioni dei tessuti nervosi che potremmo definire “stimolazioni di laboratorio” e ottenendo le medesime risposte percettive.
Di fatto può ritenersi che la percezione consista in un processo che “costruisce” il mondo percepito, anziché costituirne una rappresentazione precisa di come quel mondo è in realtà. Possiamo ora affermare che in linea di massima è scientificamente lecito porsi il dubbio di dove si situi nei fatti il confine, se un confine esiste, tra ciò che il sistema nervoso percepisce dall'attività sensoriale "alle prese con il mondo esterno" e ciò che invece pare essere il prodotto di una allucinazione, così come accade durante taluni esperimenti durante i quali alcune terminazioni nervose vengono in contatto con sostanze chimiche: <<Se iniettiamo una sostanza irritante nel nervo, si indurrà un cambiamento nelle modalità di attività>> del sistema nervoso <<ma un cambiamento che esiteremmo a chiamare 'percezione' della sostanza irritante>> 2. Se tale somministrazione <<di una sostanza irritante crea una modalità di attività neuronale identica a quella che si sarebbe prodotta>> per esempio <<grazie all'applicazione di calore sull'area innervata da quel nervo, allora non ha senso, dal punto di vista neurofisiologico, chiedersi se il calore è davvero 'percepito' o se è un''allucinazione'>> 2.
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